uno dei due è l'altro

uno dei due è l'altro

martedì 13 settembre 2016

Bertolt Brecht - A chi esita









Dici:
per noi va male.
Il buio cresce. 
Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in condizione più difficile di quando si era appena cominciato.
E il nemico ci sta innanzi più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze.

Ha preso una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle irriconoscibili.

Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto? Su chi contiamo ancora?
Siamo dei sopravvissuti, respinti via dalla viva corrente?
Resteremo indietro, senza comprendere più nessuno e da nessuno compresi?

O dovremo contare sulla buona sorte?

Questo chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta oltre la tua.













Bertold Brecht, Poesie politiche, Einaudi – a cura di Enrico Ganni









domenica 11 settembre 2016

Il Capitano si maschera da trota

Captain Beefheart & His Magic Band
Trout Mask Replica
1969 (Straight) 






 Alla soglia dei sei decenni, grazie a questo blog, continuo col riascolto di alcuni dischi che hanno in qualche modo “segnato” gli anni della bella adolescenza. 

Questa volta si tratta del famoso (famigerato?) doppio di  Captain Beefheart. Un disco che alcuni considerano “il capolavoro” del Rock, ma che probabilmente  pochi hanno ascoltato, e ancor meno apprezzato, sia per la mole dell'opera sia per le indubbie difficoltà che questa musica pone ad orecchie poco disposte a farsi coinvolgere in ambiti avventurosi.

Questo post è un invito all’ascolto: sia per  chi in passato ha deciso che non valeva la pena  ascoltare musica che pareva esprimere semplicemente sgradevole caos, sia per  coloro che non ci hanno mai provato.

 Evidentemente qui, anche per i tanti ascoltatori della musica rock più complessa (o come si diceva un tempo  “alternativa”), ovvero quella meno ancorata ai vari canoni del genere, e quindi ad uno dei riconosciuti canoni del “bello”,  è necessario  disporsi  comunque ad una operazione che coinvolga  "il cuore e la mente". In un certo senso, per meglio dire,  è necessario “educarsi”, predisporsi coscientemente ad ascoltare, scrollati da ogni retorico sentimentalismo.

 Ciò che era pur vero, e non banale, nei “mirabili” e “aperti” anni ’60, lo è ancor più oggi in cui questa straordinaria opera, purtroppo priva, si suppone, dell' originario ed imponente supporto fisico costituito dal doppio vinile, con la stravagante e "decontestualizzante"  copertina, ma soprattutto priva dell’originario, “bacino di utenza”, che ne consentiva la rara ma regolare circolazione e parziale accettazione, spesso come simbolo di uno status intellettuale “alternativo”, rischia, nella sua presunta e propedeutica inascoltabilità, di essere considerata il reperto archeologico di un’epoca lontana, piena di eccessi e di inutili velleità.

  Eppure, riappropriandoci del tempo, perché il tempo è la chiave, ascoltiamolo o riascoltiamolo, ne vale indubbiamente la pena. Se la curiosità ci guida, a distanza di quasi mezzo secolo dalla sua pubblicazione ne apprezzeremo,  non senza diverse e variegate sorprese,  la contemporaneità e la lucida bellezza. E come sempre accade per opere ben progettate ed eseguite,  avremo modo di emozionarci,  di appassionarci e di "capire" il presente. 

Non è quello che chiediamo alla musica?





Una conversazione immaginaria su "Trout Mask Replica"


Gaetano La Montagna





 


Premo il tasto On.
Il cd parte.
Do una regolata al guadagno di volume.
L'attesa dei pochi secondi che precedono l'inizio della prima track, "Frownland", sembrano ore.
Il mio amico è in trepida attesa. Ansia. E pensa:

 - (Cavolo, questo è considerato il capolavoro della mus…)

Parte il brano.
I colori sul suo volto cambiano con la rapidità tipica del camaleonte.
Un muro sonoro sembra sconvolgere la sua percezione.
Rapidamente la delusione si dipinge sulla sua faccia…

- Ma vaff…! E che è 'sta roba?

 - Lo immaginavo.

 - No scusa, ma a te sembra musica questa qui?

 - Perché cosa credi che sia?

 - Mah, a me sembra che non abbiano nemmeno provato una volta questo brano.

 - Eh eh…

 - Ma è tutto così il disco?
Un senso di terrore, malcelato da una leggera ironia, pervade l'animo del mio amico.

 - Sì, pressappoco… Sì.

 - Non c'è nulla che richiami una ricerca sonora. La batteria è acida, le chitarre sono spoglie e non vanno nemmeno tanto d'accordo; per non parlare del basso, totalmente avulso dal conteso. E la voce, mio Dio, la voce.

 - È la prima volta che ascolti Beefheart?

 - No. Tempo fa ascoltai qualcosa da "Safe as Milk".

 - Sì, quando distrusse $1200 di microfoni. Sì. A differenza dei dischi precedenti, in questo Van Vliet ha il controllo totale sulla sua band.

 - E questo dov'è che si sente?

 - È più semplice di quanto si creda. Generalmente, una rock band si basa sul minimo denominatore disponibile: il beat, il ritmo. Al di là di ogni intenzione è il ritmo precostituito che detta legge.

 - Ciò che invece non accade qua.

 - Esattamente. Van Vliet è prima di tutto un bluesman. E i bluesman, vedi Robert Johnson, sono capaci, col solo accompagnamento di una chitarra, di stabilire il ritmo a seconda del sentimento che stanno esprimendo; ecco perché il ritmo sembra disgiunto. Esso è semplicemente libero. Libero di seguire il contesto.

 - Io posso anche essere d'accordo, ma questa sembra più un'impostazione concettuale che musicale. Insomma 'sto casino non è minimamente piacevole.

 - Infatti non vuole esserlo. Il disco sta semplicemente proponendo un modo alternativo di fruire della musica rock. Questo non è propriamente il miglior disco di rock'n'roll. È un disco di altro rock'n'roll.

 - E che senso avrebbe fare ciò?

 - A Beefheart, come a tutto il movimento freak, non interessa fare della musica nel solco di quella già esistente; perché fare un disco che possa essere migliore di un "Abbey Road" o di un "Volunteers"? Nei loro generi, quei dischi hanno già raggiunto risultati notevoli. È più importante fagocitare gli stereotipi cristallizzatisi in quella musica e ricomporli per dar vita a una nuova forma. È un procedimento detto di "decostruzione".

 - Non vorrai dirmi che adesso Beefheart ha l'ardire di creare una nuova musica?

 - No, no. Non una nuova musica. Ma un nuovo ascolto.

 - Ma il modo di trattare l'ascoltatore è spaventoso, così.

 - Indubbiamente. "Trout Mask Replica" è un disco che prende tutte le tue certezze musicali, le riduce in poltiglia e poi le butta nel cesso. E tu, mentre stai scivolando giù, in trasparenza vedi il Capitano che fa "ciao ciao" con la mano.

 - Mio Dio.




 - Ti voglio ricordare che Edgar Varèse, colui che Zappa (tra l'altro produttore di questo disco) considerava il padre spirituale del Freak, soleva dire che non era importante discutere sulla sperimentalità della sua musica, ma di cosa fosse capace di sperimentare l'udito dell'ascoltatore.

 - Dunque Beefheart esegue un'operazione che è antitetica a tutta la musica popolare di allora?

 - A quella commerciale. Sì. Ma il suo modo di procedere deve molto al free-jazz di quegl'anni. Musicisti come Ayler, Taylor, Sheep, Coleman, Cherry, Dolphy e Kirk (gli unici due che il Capitano cita apertamente) hanno avuto un ruolo determinante sulla formazione musicale di Beefheart. Le influenze sono tante: il blues del delta per la voce e le slide, il dada dei testi, il free-jazz dei fiati.

 - Di chi è figlio, allora, questo disco?

 - Qui sta la rivoluzione! La giustapposizione e la ricombinazione di tutti quegli elementi in modo così originale, fa sì che qualunque processo di classificazione risulti impossibile e inutile.

 - In quali momenti è evidente?

 - L'aspetto più saliente, oltre all'impostazione della voce, è la tessitura realizzata con l'uso della doppia chitarra. Le due chitarre, mai una solista e l'altra di accompagnamento, servono a realizzare un contrappunto fittissimo.

 - Sì, adesso comincio a capire. Anche il basso, come la batteria, hanno un ruolo fondamentale per lo sviluppo del brano. Cioè non si limitano ad accompagnare, ma sono parte integrante del discorso musicale; concorrono, in egual misura con gli altri, a costruire il brano. È free.

 - Certo. È per questo che molti passaggi sono lasciati all'estemporaneità del momento. Beefheart ha registrato la sua voce senza l'ausilio delle cuffie; quindi aveva solo una percezione "visiva" della musica che la band stava suonando.

 - Vuoi dire che il disco deve gran parte di sé al caso?

 - È un'alea controllata. I brani furono scritti da Van Vliet al pianoforte e, successivamente, trascritti da French, alias Drumbo. Il passaggio dalla fase di ideazione dei brani alla definitiva registrazione richiese quasi un anno e mezzo di duro lavoro. La messa a punto dei poliritmi è stata la cosa più faticosa affrontata dalla band.



 - Quale fu la reazione del pubblico?

 - Parliamo di un artista che aveva già preparato la strada a "Trout Mask Replica" con i dischi precedenti, sempre di altissimo valore. La sua appartenenza all'entourage di Zappa lo aveva già relegato in una nicchia di genere ben preciso. I suoi dischi, per dirla con linguaggio contemporaneo, avevano un target ben definito.

 - Cioè, Beefheart realizzava dischi solo per una elìte?

 - No. Anzi, quando molto tempo dopo gli ricordavano che Zappa aveva definito la sua musica come "difficile", lui si irritava, perché quelle parole avevano avuto come unico effetto quello di allontanare definitivamente da sé una parte del pubblico.

 - Comunque, è certo che Beefheart non faceva molto per farsi amare…

 - Alcuna parte del pubblico e della critica musicale intravide già il capolavoro, come Langdon Winner.

 - Dunque, la maggior parte dei musicofili non capì il vero valore del disco?

 - No. Ma bisogna riconoscere a quei dissenzienti qualche ragione. In quegli anni, ma ancora oggi, le attese sono per i dischi raffinati, con melodie acchiappasogni, magari con qualche arditezza armonica o ritmica, ma che faccia sempre centro al primo ascolto.

 - Atteggiamento che invece non riguardava il Capitano e la sua band…

 - Direi proprio di no. Beefheart e la Magic Band propongono un'avventura ritmica desolutoria, esplosioni realmente selvagge, scatenava forze telluriche. Le "aleatorie" aggregazioni armoniche dissonanti e l'esibizione di queste dissonanze in "Trout Mask Replica" rompono tutte le attese di gusto e di bellezza, mettono in crisi qualunque ascoltatore. I versi, spesso trascurati ma di importanza pari alla musica, narrano di storie grottesche, di puri non-sense; il tutto scandito da parole spezzate, mal pronunciate o inventate per mostrare il lato grottesco e stupido dell'essere umano. E l'amata melodia si frantuma in schegge minime; e neppure le frequenti ripetizioni (diciamo pure proto-refrain) di queste schegge consentono una soddisfazione: nascono e muoiono immediatamente.

 - Non di meno, questa frammentazione, che come tu dici ha un chiaro scopo programmatico, la ritroviamo anche nei ritmi.

 - Soprattutto nei ritmi. Anzi, la maggior parte dei critici musicali oggi insistono soprattutto sulla novità di trattamento dei ritmi. Piero Scaruffi dichiara addirittura che "[…] il disco e` di fatto un'antologia del caos in tutte le sue forme musicali […]"

 - Un giudizio un po' estremo, non ti pare?

 - Certo. Ma Scaruffi aveva in mente una nozione di ritmo come la successione di accenti ordinata in strutture più o meno complesse; ma anche se ci fermassimo a una nozione meno esauriente di ritmo, il beat, non c'è chi non ne avverta la straordinaria vitalità, anche al primo ascolto.

 - Solo che non ne comprendiamo la varietà.

 - Magari perché le nostre attese sono deluse. Un atteggiamento molto simile a ciò che ispirava l'ascolto del "Sacre du Printemps" di Stravinsky.



 - Come è nato un simile progetto?

 - Beefheart registrò tutte le 28 canzoni in un'unica session di 8 ore al pianoforte. "…Non passo molto tempo a pensare. La musica viene da sé. Non saprei come spiegarlo…" ha sempre affermato. Il materiale, registrato su una bobina, venne dato a French che si occupò di trascriverlo. La leggenda, peraltro confermata da Drumbo, vuole che quelle registrazioni siano andate perse per errore e che egli dovette riscriverlo da capo mentre Van Vliet suonava al pianoforte.

 - L'episodio non mi sorprende.

 - Il cast comprendeva nomi vecchi e nuovi: Jeff Cotton "Antennae Jimmie Semens" e Bill Harkleroad "Zoot Horn Rollo" alle chitarre, Mark Boston "Rockette Morton" al basso, Victor Hayden "The Mascara Snake" (cugino di Van Vliet) al clarinetto, John French "Drumbo" alla batteria. Quest'ultimo non è citato sulla copertina del disco, perché abbandonò le sessioni all'ultimo minuto. Le prove di registrazione durarono vari mesi, durante i quali Beefheart, nei momenti di pausa, sottoponeva i musicisti alle cosiddette "sedute di lavaggio del cervello".

 - Cosa?

- Eh, sì. In pratica, uno del gruppo (quasi sempre Antennae) era, per così dire, costretto a leggere ad alta voce i testi preparati dal Capitano. Beefheart è stato spesso paragonato a un dittatore dai suoi musicisti, aveva una personalità molto prorompente; se aveva voglia di suonare il sax, tutti dovevano stare lì ad ascoltarlo; se aveva voglia di guardare la tv, tutti dovevano sedere accanto a lui.
È in questo clima che i testi vengono messi a punto; così abbiamo canzoni che parlano di vita alla easy-rider, "Wild Life", anti-capitaliste, "Veteran's Day Poppy", che parlano di disastri, "The Blimp", di olocausto, "Dachau Blues", di una fuga dalla "Frownland", di uccidere un "China Pig", dei propri stati d'animo, "My Human Gets Me Blues".

 - Quali sono le peculiarità musicali di queste registrazioni? Cioè, si nota che il quadro sonoro è ben determinato.

- Certo. Sul canale sinistro trovi una chitarra che imposta il ritmo mentre sul destro l'altra sembra imitare una slide. Le loro linee sono distinte, entrambe soliste e quasi mai in sincronia, né tra loro né con la batteria o la voce.

- Atteggiamento, questo, che sembra andare in direzioni opposta a quella dei Velvet Underground.




- Sicuro. I Velvet Underground avevano un'impostazione essenzialmente minimalista.

- Quindi alla voce e ai fiati viene lasciata la totale libertà di movimento all'interno di quel contesto.

- Si, come un gregge di pecore in un pascolo verde.

 - Senza risparmiare i rumori!

 - Eh, già. Del resto quasi tutte le track sono introdotte o chiuse da spezzoni di conversazioni registrate tra loro o con gli altri dello staff di studio. È questo il segno più evidente della presenza di Zappa. Anzi, spesso tra le voci che si odono c'è anche la sua ("Uh shit, how did that harmony get in there?" dice da qualche parte).

 - Dunque, non essendoci alcuna omogeneità, tutti i brani hanno la medesima importanza.

 - "Well" è un assolo di Beefheart, che mette in risalto le sue doti canore, come anche "Orange Claw Hammer"; "When Big Joan Sets Up" offre un grande assolo di sax; "Sugar 'n Spikes" è un boogie saltellante impostato dal ritmo delle chitarre; "Pachuco Cadaver" è una filastrocca selvaggia; "Moonlight On Vermont" si presenta con chitarre esplosive; i blues di "Ant Man Bee" e "China Pig" che guardano a Blind Lemon e al Delta, il cosiddetto blues'n'dada; la voce da vecchia zitella di Jeff in "Pena"; "Veteran's Day Poppy" con il suo inizio blues, lo sviluppo hard rock e il collage con una coda caratterizzata da uno stentato riff.

 - Nulla è superfluo o compiaciuto.

 - Di più. Vi è, semmai, un senso disagevole di continua rinuncia. Esemplare sono in questo caso le chitarre, il cui suono non gode di alcun effetto e appaiono in tutta la loro crudezza.

 - Cioè, il disco è costruito, tematicamente e timbricamente, utilizzando il meno possibile.

 - Certo. Così assume l'aspetto di un blocco di granito. Allora l'opera non è ciò che può apparire; essa è perfettamente omogenea!

- Vuoi dire che la disomogeneità di cui parlavo è solo ad un livello superficiale?

 - Sì. Qui l'omogeneità è a un livello di macrostruttura; investe, cioè, il principio generatore dell'intero disco e non il trattamento del singolo brano.

 - È un concept?

 - In senso lato, sì. La società capitalistica occidentale tende a cristallizzare tutte le forme artistiche, come aveva reso evidente la pop-art di Warhol. La civiltà contemporanea investe un rito, il rock'n'roll, e Beefheart ne porge uno nuovo, spoglio e primitivo, al quale conferisce una dimensione, a-storica e allucinante, straordinaria. E la sua musica mira al cuore del rock e ne coglie gli aspetti salienti. La musica di "Trout Mask Replica" fa capire come il rock sia figlio di una scopata tra il blues e la morte.




 - Cosa ha lasciato questo disco alle generazioni successive?

- Sebbene Van Vliet abbia sempre minimizzato l'influenza della sua musica sullo sviluppo di generi musicali successivi, fra tutti la new wave, non v'è dubbio che "Trout Mask Replica" sia stato un fondamentale punto Siamo arrivati al fade out di "Veteran's Day Poppy" di riferimento. Il circuito commerciale, invece, non lo ha mai tenuto in considerazione.

 - Quali sono le band e gli artisti che ne hanno risentito di più?

- Jason Gross ricorda che, nel corso degli anni, Beefheart ha raccolto (a sua insaputa, a quanto pare) una accolita di fedeli sostenitori ed eccellenti continuatori della sua opera. Cosa sarebbero stati i Pere Ubu, Tom Waits, i Talking Heads o i Residents? I Sonic Youth e gli Xtc hanno suonato le sue cover. I suoi musicisti si sono infiltrati in gruppi come i Pixies o i Red Hot Chili Peppers. Beefheart, come i Velvet Underground, è diventato uno dei semi della nuova musica alla fine dei Seventies, un eroe dell'underground.

- L'operazione di Beefheart non è stata però unica.

 - Affatto. Sempre Gross ama citare questo aneddoto. Se tu hai sempre visto film come "Die Hard" o "Terminator" e, poi, passi direttamente a "Dog Star Man", "Un Chien Andalou" o "Empire" penserai "…ma che cazzo succede…", ti si rovescerà il pop-corn. Stan Brakhage, Luis Bunuel o Andy Warhol afferrano la materia filmica e la rivoltano come un guanto per farne un'astrazione. Proprio come ha fatto Beefheart con il rock.



Siamo arrivati al fade out di "Veteran's Day Poppy" e il disco si chiude.



Il pezzo è stato scritto assemblando i concetti derivati dai seguenti riferimenti bibliografici:

John Picarella - The beating of an ashtray heart
Jason Gross - Kill your idols
Dick Larson - Trout Mask Replica? The Captain must be mad!
Byron Coley - Three decades inside the Mask
Matt Groening - Plastic Factory
Mike Barnes - Behind Trout Mask. An interview with John French
Langdon Winner - The odissey of Captain Beefheart

***

pakosorio


Devo ringraziare Danilo, che negli anni ’80 a Pescara aveva un piccolo ma straordinario negozio di dischi dove era possibile ascoltare, prima di acquistarli,  meravigliosi Long Playing, nuovi e usati. Fra questi c’era Trout Mask Replica!   

sabato 27 agosto 2016

Mu (dopo Davis prima di Zappa)


Captain Beefheart & His Magic Band
(Jeff Cotton "Antennae Jimmy Semens" in primo piano)



Il titolo del post (fra parentesi) non riguarda  un eventuale ma fuorviante elenco alfabetico... né tanto meno  un fantomatico quanto delirante (belligerante?) ordine storico/cronologico. Ma  in realtà: malefico e  ansiogeno frutto   di una  crescente e sintomatica autoreferenzialità che non trova più un suo argine: ovvero il fatto evidente che dopo il post musicale su Miles Davis qui presentato e prima di uno su Zappa, che spero seguirà a breve, c'è questo presente (sottostante) sui semisconosciuti Mu. Spero una bella sorpresa , se  li avete sinora ignorati. Giù, proprio in fondo al post, grazie a Isle full of noises, trovate il link per scaricarvi l'album. Saluti.

***


Vlad Tepes
isle full of noises

Jeff Cotton fu chitarrista per Captain Beefheart (Antennae Jimmy Semens il suo nom de plume sotto il tirannico pazzoide); Fankhauser, girovago psichedelico negli anni mirabili, si unì a lui già nel 1964, quando formarono gli Exiles; i due ebbero modo di riunirsi ancora nei primi anni Settanta: il risultato furono i Mu (dal nome del leggendario continente sommerso), gruppo di nessun successo, ma di ottima considerazione postuma.
Le nove tracce di Mu constano di una morbida psichedelia (piuttosto ordinaria se raffrontata ai tempi), animata però, e in modo inconfondibile, dalla chitarra di Cotton (co-autore di quasi tutti i brani) - un Cotton, reduce dalla marchiatura a fuoco avuta nelle micidiali session del Capitano, che si esibisce anche al sassofono.
Un disco minore, ma da ascoltare per catturare i bagliori finali della prima ondata psych americana, e gli ultimi accordi di un grande chitarrista (Cotton si ritirò nel 1975).




***


Matteo Losi
storiadellamusica


      Immaginate una declinazione West Coast delle spinose miniature “beefhartiane”, o la zattera del blues rurale marchiato Charlie Patton alla deriva fra le amnesie “acquatiche” di un David Crosby. O ancora sonorità afro-jazz, pericolosamente in balia di due spiriti “hippie-delici” che scrutano i fondali oceanici in cerca di presunte civiltà estinte. Una musica del genere popolava i miei sogni fin da quando, paffuto pischello, spulciavo ogni vinile avesse anche lontanamente legami con etichette come “psych-folk”, “space-prog” e così via. Ora però l’ho trovata.

L’avevano concepita Merrell Fankhauser e Jeff Cotton – gli hippy di cui sopra – e quasi nessuno se n’era accorto, miseriaccia. Colpa della Era/RTV Records, che non sganciò una lira per la promozione del disco: le uniche gioie concesse ai Mu furono un’inspiegabile quanto fugace apparizione televisiva e un terzo singolo che, altrettanto inspiegabilmente, ricevette una discreta dose di airplay sulle stazioni FM. Snervati da cotanto disinteresse, Fankhauser e i suoi fecero rotta verso le isole Maui, luogo ideale per andare a caccia di Ufo (!) e registrare, fra un avvistamento e l’altro, il secondo album “End Of An Era” (1974). I tempi però erano cambiati, e più che la fine di un’epoca (quella era già finita da un pezzo…) il disco segnò esclusivamente l’epilogo inglorioso di questa misconosciuta band. Ma facciamo un passo indietro, che qui sto correndo troppo…




In primis, Fankhauser (nativo del Kentucky e trapiantato in California nel 1958, all’età di tredici anni) non era certo un novellino, dato che già nei primi ’60s aveva prestato voce e chitarra solista nelle surf-band The Impacts e Merrell & The Exiles. Fu proprio negli Exiles che strinse amicizia con l'allora quattordicenne Jeff Cotton (sì, proprio il futuro slide-guitar player della Magic Band!), il cui apporto nei Mu sarebbe stato a dir poco essenziale. Poi, come tanti, Fankhauser perse la testa per la marijuana, l’LSD e il folk-rock dei Byrds (rigorosamente in quest’ordine) e mise in piedi altri progetti musicali fragili come statuine di stuzzicadenti: i Fapardorkly prima, gli H.M.S. Bounty poi, entrambi collassati dopo pochi singoli e/o album raffazzonati.

Ridomiciliato a Los Angeles, il chitarrista ricontattò Cotton per proporgli di suonare assieme, ma quando se lo trovò di fronte rimase sconcertato: la permanenza nella cerchia (meglio: nella setta) del padre-padrone Don Van Vliet ne aveva minato seriamente la salute fisica e psichica. Si narra che il ribattezzato Antennae Jimmy Semens passasse gran parte del tempo a memorizzare le poesie del Capitano (questi erano gli ordini del “Santone” Don!) o addirittura a “tubare”, seduto su una panchina, con la mano colma di briciole di pane. 

Il povero ragazzo fu persino vittima di una violenta aggressione da parte di un roadie (tre costole fratturate, mica bruscolini!), e proprio questa fu la goccia che fece traboccare il vaso: terminato il decorso ospedaliero, venne infine tolto dalle grinfie della Magic Band e riportato alla realtà. Con Cotton “guarito” dagli effetti del brainwashing e richiamati i due Exiles Larry Willey (basso) e Randy Wimer (batteria), Fankhauser si rese conto, forse per la prima volta nella sua carriera, che tutti i pezzi erano al loro giusto posto. Finalmente poteva lasciare un segno, anche se perituro, sulla sua epoca.




Fin dai primi secondi di “Mu” (Era/RTV Records, 1971, poi ristampato dalla United Artists nel ’74), ci si accorge che questa non è l’ennesima, improvvisata jam-session tutta fumo e niente arrosto che tanto sollazza i nostalgici, ma un’opera pensata, ragionata e “sentita” in ogni sua cellula. Il perfetto e irripetibile punto d’incontro fra art-rock, blues delle radici, folk sognante della “Frisco Bay” e umori jazz di vago sapore “terzomondista”. Un excursus fra prediche pacifiste e spiritualità cosmica alla Sun Ra (il tribalismo “zen” della chilometrica “Eternal Thirst”), futurismo intriso di morbide romanticherie (Blue Form”) e delle accordature aliene di Cotton, il cui stile qui detta legge (e questo basti a smentire ulteriormente le voci che vogliono “Trout Mask Replica” come un parto esclusivo di Beefheart).  

Prendete, ad esempio, i due strumentali “Interlude” e “Too Naked For Demetrius” (entrambi composti interamente dal chitarrista): non pare d’ascoltare una controparte “autunnale” – oserei dire “sentimentale” – di quei flussi sonori gravidi d’instabilità e invenzioni melodiche che hanno reso grande la “Trota”? Il bello è che un po’ tutti i brani del disco vivono di questa inedita alchimia, sia che si tratti di “Nobody Wants To Shine” (i Jefferson Airplane di “Volunteers” educati all’avant-jazz della Magic Band ?) e i suoi due clarinetti ad amoreggiare in sottofondo, o del mefistofelico sermone in dodici battute “Ballad For Brother Lee”. L’africaneggiante “Mumbella Baye Tu La” vede addirittura il fingerpicking di Cotton abbinato a percussioni arabe e ad un contrabbasso accarezzato con l’archetto, tanto per ampliare di qualche migliaia di chilometri i confini geografici dell’isolotto “Mu” e avvicinarlo sempre più al “continente nero”.



La catarsi corale di “The Clouds Went That Way” chiude invece le danze all’insegna della malinconia più ariosa, quella che in alcuni lineamenti combacia con la speranza per il futuro, in altri al rimpianto per un passato di cui si ricerca invano la tangibilità. Al cospetto di quest’ambrosia, tutta litanie vocali e arpeggi estatici, per un attimo sembra proprio di “non riuscire a ricordare il proprio nome” e si finisce cullati dall’oceano in quiete, con lo sguardo fisso al tramonto. Quasi inutile rimarcarne il valore, in un’opera sì complessa ma sorprendentemente accessibile. Un album forte di una scrittura prodigiosa, registrato alla perfezione (pulizia sonora totale) e nobilitato dalla strabiliante prova dei musicisti: basso malleabile, batteria ricca ed inventiva (diverse le strizzatine d’occhio a John French), le già decantate virtù soprannaturali di Cotton e il solismo più tradizionalmente blues-rock di Fankhauser (memorabile il loro duello su “Ain’y No Blues”).

Come si diceva in apertura, il successivo “End Of An Era” fu anche l’ultimo long playing a nome Mu. Dopo il disfacimento della band, Cotton si ritirò dal music business per dedicarsi interamente al cristianesimo, mentre Fankhauser continuò a incidere nuovi brani poi confluiti in “The Maui Album” (1976), uscito per una piccola etichetta hawaiana (sarà poi riedito nel 1988 dalla Subliminal Sounds Of Sweden) e anch’esso ispirato dallo stretto contatto con l’habitat tropicale nel quale il Nostro aveva messo su casa. Del materiale pubblicato negli anni successivi, merita una menzione “Dr. Fankhauser” (una collaborazione dell’86 con John Cipollina dei Quicksilver Messenger Service), anche se la vera attività del guru ormai si esauriva in partecipazioni a show televisivi musicali e concerti in lungo e in largo per gli States.

A tutt’oggi, Fankhauser resta un musicista assai più rinomato per il suo passato surf che per la sua stagione “fricchettona” con i Mu, ed è un peccato. Peccato perché l’unica, rarissima ristampa in digitale del disco qui trattato risale al 1997, anno in cui la Sundazed ha riunito tutto il materiale registrato dalla band in un cofanetto di due cd. Poi il nulla più assoluto. Auguriamoci quindi che chi di dovere prenda a cuore la questione e faccia un favore al mondo intero, ristampando “Mu” con l’artwork originale e a un prezzo più “umano”. Sarebbe un tributo più che doveroso a un disco di quasi ultraterrena bellezza.
Immaginate una declinazione West Coast delle spinose miniature “beefhartiane”, o la zattera del blues rurale marchiato Charlie Patton alla deriva fra le amnesie “acquatiche” di un David Crosby. O ancora sonorità afro-jazz, pericolosamente in balia di due spiriti “hippie-delici” che scrutano i fondali oceanici in cerca di presunte civiltà estinte. Una musica del genere popolava i miei sogni fin da quando, paffuto pischello, spulciavo ogni vinile avesse anche lontanamente legami con etichette come “psych-folk”, “space-prog” e così via. Ora però l’ho trovata.
L’avevano concepita Merrell Fankhauser e Jeff Cotton – gli hippy di cui sopra – e quasi nessuno se n’era accorto, miseriaccia. Colpa della Era/RTV Records, che non sganciò una lira per la promozione del disco: le uniche gioie concesse ai Mu furono un’inspiegabile quanto fugace apparizione televisiva e un terzo singolo che, altrettanto inspiegabilmente, ricevette una discreta dose di airplay sulle stazioni FM. Snervati da cotanto disinteresse, Fankhauser e i suoi fecero rotta verso le isole Maui, luogo ideale per andare a caccia di Ufo (!) e registrare, fra un avvistamento e l’altro, il secondo album “End Of An Era” (1974). I tempi però erano cambiati, e più che la fine di un’epoca (quella era già finita da un pezzo…) il disco segnò esclusivamente l’epilogo inglorioso di questa misconosciuta band. Ma facciamo un passo indietro, che qui sto correndo troppo…
In primis, Fankhauser (nativo del Kentucky e trapiantato in California nel 1958, all’età di tredici anni) non era certo un novellino, dato che già nei primi ’60s aveva prestato voce e chitarra solista nelle surf-band The Impacts e Merrell & The Exiles. Fu proprio negli Exiles che strinse amicizia con l'allora quattordicenne Jeff Cotton (sì, proprio il futuro slide-guitar player della Magic Band!), il cui apporto nei Mu sarebbe stato a dir poco essenziale. Poi, come tanti, Fankhauser perse la testa per la marijuana, l’LSD e il folk-rock dei Byrds (rigorosamente in quest’ordine) e mise in piedi altri progetti musicali fragili come statuine di stuzzicadenti: i Fapardorkly prima, gli H.M.S. Bounty poi, entrambi collassati dopo pochi singoli e/o album raffazzonati.
Ridomiciliato a Los Angeles, il chitarrista ricontattò Cotton per proporgli di suonare assieme, ma quando se lo trovò di fronte rimase sconcertato: la permanenza nella cerchia (meglio: nella setta) del padre-padrone Don Van Vliet ne aveva minato seriamente la salute fisica e psichica. Si narra che il ribattezzato Antennae Jimmy Semens passasse gran parte del tempo a memorizzare le poesie del Capitano (questi erano gli ordini del “Santone” Don!) o addirittura a “tubare”, seduto su una panchina, con la mano colma di briciole di pane. Il povero ragazzo fu persino vittima di una violenta aggressione da parte di un roadie (tre costole fratturate, mica bruscolini!), e proprio questa fu la goccia che fece traboccare il vaso: terminato il decorso ospedaliero, venne infine tolto dalle grinfie della Magic Band e riportato alla realtà. Con Cotton “guarito” dagli effetti del brainwashing e richiamati i due Exiles Larry Willey (basso) e Randy Wimer (batteria), Fankhauser si rese conto, forse per la prima volta nella sua carriera, che tutti i pezzi erano al loro giusto posto. Finalmente poteva lasciare un segno, anche se perituro, sulla sua epoca.
Fin dai primi secondi di “Mu” (Era/RTV Records, 1971, poi ristampato dalla United Artists nel ’74), ci si accorge che questa non è l’ennesima, improvvisata jam-session tutta fumo e niente arrosto che tanto sollazza i nostalgici, ma un’opera pensata, ragionata e “sentita” in ogni sua cellula. Il perfetto e irripetibile punto d’incontro fra art-rock, blues delle radici, folk sognante della “Frisco Bay” e umori jazz di vago sapore “terzomondista”. Un excursus fra prediche pacifiste e spiritualità cosmica alla Sun Ra (il tribalismo “zen” della chilometrica “Eternal Thirst”), futurismo intriso di morbide romanticherie (“Blue Form”) e delle accordature aliene di Cotton, il cui stile qui detta legge (e questo basti a smentire ulteriormente le voci che vogliono “Trout Mask Replica” come un parto esclusivo di Beefheart).  Prendete, ad esempio, i due strumentali “Interlude” e “Too Naked For Demetrius” (entrambi composti interamente dal chitarrista): non pare d’ascoltare una controparte “autunnale” – oserei dire “sentimentale” – di quei flussi sonori gravidi d’instabilità e invenzioni melodiche che hanno reso grande la “Trota”? Il bello è che un po’ tutti i brani del disco vivono di questa inedita alchimia, sia che si tratti di “Nobody Wants To Shine” (i Jefferson Airplane di “Volunteers” educati all’avant-jazz della Magic Band?) e i suoi due clarinetti ad amoreggiare in sottofondo, o del mefistofelico sermone in dodici battute “Ballad For Brother Lee”. L’africaneggiante “Mumbella Baye Tu La” vede addirittura il fingerpicking di Cotton abbinato a percussioni arabe e ad un contrabbasso accarezzato con l’archetto, tanto per ampliare di qualche migliaia di chilometri i confini geografici dell’isolotto “Mu” e avvicinarlo sempre più al “continente nero”.
La catarsi corale di “The Clouds Went That Way” chiude invece le danze all’insegna della malinconia più ariosa, quella che in alcuni lineamenti combacia con la speranza per il futuro, in altri al rimpianto per un passato di cui si ricerca invano la tangibilità. Al cospetto di quest’ambrosia, tutta litanie vocali e arpeggi estatici, per un attimo sembra proprio di “non riuscire a ricordare il proprio nome” e si finisce cullati dall’oceano in quiete, con lo sguardo fisso al tramonto. Quasi inutile rimarcarne il valore, in un’opera sì complessa ma sorprendentemente accessibile. Un album forte di una scrittura prodigiosa, registrato alla perfezione (pulizia sonora totale) e nobilitato dalla strabiliante prova dei musicisti: basso malleabile, batteria ricca ed inventiva (diverse le strizzatine d’occhio a John French), le già decantate virtù soprannaturali di Cotton e il solismo più tradizionalmente blues-rock di Fankhauser (memorabile il loro duello su “Ain’y No Blues”).
Come si diceva in apertura, il successivo “End Of An Era” fu anche l’ultimo long playing a nome Mu. Dopo il disfacimento della band, Cotton si ritirò dal music business per dedicarsi interamente al cristianesimo, mentre Fankhauser continuò a incidere nuovi brani poi confluiti in “The Maui Album” (1976), uscito per una piccola etichetta hawaiana (sarà poi riedito nel 1988 dalla Subliminal Sounds Of Sweden) e anch’esso ispirato dallo stretto contatto con l’habitat tropicale nel quale il Nostro aveva messo su casa. Del materiale pubblicato negli anni successivi, merita una menzione “Dr. Fankhauser” (una collaborazione dell’86 con John Cipollina dei Quicksilver Messenger Service), anche se la vera attività del guru ormai si esauriva in partecipazioni a show televisivi musicali e concerti in lungo e in largo per gli States.
A tutt’oggi, Fankhauser resta un musicista assai più rinomato per il suo passato surf che per la sua stagione “fricchettona” con i Mu, ed è un peccato. Peccato perché l’unica, rarissima ristampa in digitale del disco qui trattato risale al 1997, anno in cui la Sundazed ha riunito tutto il materiale registrato dalla band in un cofanetto di due cd. Poi il nulla più assoluto. Auguriamoci quindi che chi di dovere prenda a cuore la questione e faccia un favore al mondo intero, ristampando “Mu” con l’artwork originale e a un prezzo più “umano”. Sarebbe un tributo più che doveroso a un disco di quasi ultraterrena bellezza.Immaginate una declinazione West Coast delle spinose miniature “beefhartiane”, o la zattera del blues rurale marchiato Charlie Patton alla deriva fra le amnesie “acquatiche” di un David Crosby. O ancora sonorità afro-jazz, pericolosamente in balia di due spiriti “hippie-delici” che scrutano i fondali oceanici in cerca di presunte civiltà estinte. Una musica del genere popolava i miei sogni fin da quando, paffuto pischello, spulciavo ogni vinile avesse anche lontanamente legami con etichette come “psych-folk”, “space-prog” e così via. Ora però l’ho trovata.
L’avevano concepita Merrell Fankhauser e Jeff Cotton – gli hippy di cui sopra – e quasi nessuno se n’era accorto, miseriaccia. Colpa della Era/RTV Records, che non sganciò una lira per la promozione del disco: le uniche gioie concesse ai Mu furono un’inspiegabile quanto fugace apparizione televisiva e un terzo singolo che, altrettanto inspiegabilmente, ricevette una discreta dose di airplay sulle stazioni FM. Snervati da cotanto disinteresse, Fankhauser e i suoi fecero rotta verso le isole Maui, luogo ideale per andare a caccia di Ufo (!) e registrare, fra un avvistamento e l’altro, il secondo album “End Of An Era” (1974). I tempi però erano cambiati, e più che la fine di un’epoca (quella era già finita da un pezzo…) il disco segnò esclusivamente l’epilogo inglorioso di questa misconosciuta band. Ma facciamo un passo indiemu­si­ci­sta assai più ri­no­ma­to per il suo pas­sa­to surf che per la sua sta­gio­ne “fric­chet­to­na” con i Mu, ed è un pec­ca­to. Pec­ca­to per­ché l’u­ni­ca, ra­ris­si­ma ri­stam­pa in di­gi­ta­le del disco qui trat­ta­to ri­sa­le al 1997, anno in cui la Sun­da­zed ha riu­ni­to tutto il ma­te­ria­le re­gi­stra­to dalla band in un co­fa­net­to di due cd. Poi il nulla più as­so­lu­to. Au­gu­ria­mo­ci quin­di che chi di do­ve­re pren­da a cuore la que­stio­ne e fac­cia un fa­vo­re al mondo in­te­ro, ri­stam­pan­do “Mu” con l’art­work ori­gi­na­le e a un prez­zo più “umano”. Sa­reb­be un tri­bu­to più che do­ve­ro­so a un disco di quasi ul­tra­ter­re­na bel­lez­za.tro, che qui sto correndo troppo…
In primis, Fankhauser (nativo del Kentucky e trapiantato in California nel 1958, all’età di tredici anni) non era certo un novellino, dato che già nei primi ’60s aveva prestato voce e chitarra solista nelle surf-band The Impacts e Merrell & The Exiles. Fu proprio negli Exiles che strinse amicizia con l'allora quattordicenne Jeff Cotton (sì, proprio il futuro slide-guitar player della Magic Band!), il cui apporto nei Mu sarebbe stato a dir poco essenziale. Poi, come tanti, Fankhauser perse la testa per la marijuana, l’LSD e il folk-rock dei Byrds (rigorosamente in quest’ordine) e mise in piedi altri progetti musicali fragili come statuine di stuzzicadenti: i Fapardorkly prima, gli H.M.S. Bounty poi, entrambi collassati dopo pochi singoli e/o album raffazzonati.
Ridomiciliato a Los Angeles, il chitarrista ricontattò Cotton per proporgli di suonare assieme, ma quando se lo trovò di fronte rimase sconcertato: la permanenza nella cerchia (meglio: nella setta) del padre-padrone Don Van Vliet ne aveva minato seriamente la salute fisica e psichica. Si narra che il ribattezzato Antennae Jimmy Semens passasse gran parte del tempo a memorizzare le poesie del Capitano (questi erano gli ordini del “Santone” Don!) o addirittura a “tubare”, seduto su una panchina, con la mano colma di briciole di pane. Il povero ragazzo fu persino vittima di una violenta aggressione da parte di un roadie (tre costole fratturate, mica bruscolini!), e proprio questa fu la goccia che fece traboccare il vaso: terminato il decorso ospedaliero, venne infine tolto dalle grinfie della Magic Band e riportato alla realtà. Con Cotton “guarito” dagli effetti del brainwashing e richiamati i due Exiles Larry Willey (basso) e Randy Wimer (batteria), Fankhauser si rese conto, forse per la prima volta nella sua carriera, che tutti i pezzi erano al loro giusto posto. Finalmente poteva lasciare un segno, anche se perituro, sulla sua epoca.
Fin dai primi secondi di “Mu” (Era/RTV Records, 1971, poi ristampato dalla United Artists nel ’74), ci si accorge che questa non è l’ennesima, improvvisata jam-session tutta fumo e niente arrosto che tanto sollazza i nostalgici, ma un’opera pensata, ragionata e “sentita” in ogni sua cellula. Il perfetto e irripetibile punto d’incontro fra art-rock, blues delle radici, folk sognante della “Frisco Bay” e umori jazz di vago sapore “terzomondista”. Un excursus fra prediche pacifiste e spiritualità cosmica alla Sun Ra (il tribalismo “zen” della chilometrica “Eternal Thirst”), futurismo intriso di morbide romanticherie (“Blue Form”) e delle accordature aliene di Cotton, il cui stile qui detta legge (e questo basti a smentire ulteriormente le voci che vogliono “Trout Mask Replica” come un parto esclusivo di Beefheart).  Prendete, ad esempio, i due strumentali “Interlude” e “Too Naked For Demetrius” (entrambi composti interamente dal chitarrista): non pare d’ascoltare una controparte “autunnale” – oserei dire “sentimentale” – di quei flussi sonori gravidi d’instabilità e invenzioni melodiche che hanno reso grande la “Trota”? Il bello è che un po’ tutti i brani del disco vivono di questa inedita alchimia, sia che si tratti di “Nobody Wants To Shine” (i Jefferson Airplane di “Volunteers” educati all’avant-jazz della Magic Band?) e i suoi due clarinetti ad amoreggiare in sottofondo, o del mefistofelico sermone in dodici battute “Ballad For Brother Lee”. L’africaneggiante “Mumbella Baye Tu La” vede addirittura il fingerpicking di Cotton abbinato a percussioni arabe e ad un contrabbasso accarezzato con l’archetto, tanto per ampliare di qualche migliaia di chilometri i confini geografici dell’isolotto “Mu” e avvicinarlo sempre più al “continente nero”.
La catarsi corale di “The Clouds Went That Way” chiude invece le danze all’insegna della malinconia più ariosa, quella che in alcuni lineamenti combacia con la speranza per il futuro, in altri al rimpianto per un passato di cui si ricerca invano la tangibilità. Al cospetto di quest’ambrosia, tutta litanie vocali e arpeggi estatici, per un attimo sembra proprio di “non riuscire a ricordare il proprio nome” e si finisce cullati dall’oceano in quiete, con lo sguardo fisso al tramonto. Quasi inutile rimarcarne il valore, in un’opera sì complessa ma sorprendentemente accessibile. Un album forte di una scrittura prodigiosa, registrato alla perfezione (pulizia sonora totale) e nobilitato dalla strabiliante prova dei musicisti: basso malleabile, batteria ricca ed inventiva (diverse le strizzatine d’occhio a John French), le già decantate virtù soprannaturali di Cotton e il solismo più tradizionalmente blues-rock di Fankhauser (memorabile il loro duello su “Ain’y No Blues”).
Come si diceva in apertura, il successivo “End Of An Era” fu anche l’ultimo long playing a nome Mu. Dopo il disfacimento della band, Cotton si ritirò dal music business per dedicarsi interamente al cristianesimo, mentre Fankhauser continuò a incidere nuovi brani poi confluiti in “The Maui Album” (1976), uscito per una piccola etichetta hawaiana (sarà poi riedito nel 1988 dalla Subliminal Sounds Of Sweden) e anch’esso ispirato dallo stretto contatto con l’habitat tropicale nel quale il Nostro aveva messo su casa. Del materiale pubblicato negli anni successivi, merita una menzione “Dr. Fankhauser” (una collaborazione dell’86 con John Cipollina dei Quicksilver Messenger Service), anche se la vera attività del guru ormai si esauriva in partecipazioni a show televisivi musicali e concerti in lungo e in largo per gli States.
A tutt’oggi, Fankhauser resta un musicista assai più rinomato per il suo passato surf che per la sua stagione “fricchettona” con i Mu, ed è un peccato. Peccato perché l’unica, rarissima ristampa in digitale del disco qui trattato risale al 1997, anno in cui la Sundazed ha riunito tutto il materiale registrato dalla band in un cofanetto di due cd. Poi il nulla più assoluto. Auguriamoci quindi che chi di dovere prenda a cuore la questione e faccia un favore al mondo intero, ristampando “Mu” con l’artwork originale e a un prezzo più “umano”. Sarebbe un tributo più che doveroso a un disco di quasi ultraterrena bellezza.

***
qui l'album
altro:
http://www.merrellfankhauser.com/
musicaddiction


Merrell Fankhauser


Immaginate una declinazione West Coast delle spinose miniature “beefhartiane”, o la zattera del blues rurale marchiato Charlie Patton alla deriva fra le amnesie “acquatiche” di un David Crosby. O ancora sonorità afro-jazz, pericolosamente in balia di due spiriti “hippie-delici” che scrutano i fondali oceanici in cerca di presunte civiltà estinte. Una musica del genere popolava i miei sogni fin da quando, paffuto pischello, spulciavo ogni vinile avesse anche lontanamente legami con etichette come “psych-folk”, “space-prog” e così via. Ora però l’ho trovata.
L’avevano concepita Merrell Fankhauser e Jeff Cotton – gli hippy di cui sopra – e quasi nessuno se n’era accorto, miseriaccia. Colpa della Era/RTV Records, che non sganciò una lira per la promozione del disco: le uniche gioie concesse ai Mu furono un’inspiegabile quanto fugace apparizione televisiva e un terzo singolo che, altrettanto inspiegabilmente, ricevette una discreta dose di airplay sulle stazioni FM. Snervati da cotanto disinteresse, Fankhauser e i suoi fecero rotta verso le isole Maui, luogo ideale per andare a caccia di Ufo (!) e registrare, fra un avvistamento e l’altro, il secondo album “End Of An Era” (1974). I tempi però erano cambiati, e più che la fine di un’epoca (quella era già finita da un pezzo…) il disco segnò esclusivamente l’epilogo inglorioso di questa misconosciuta band. Ma facciamo un passo indietro, che qui sto correndo troppo…
In primis, Fankhauser (nativo del Kentucky e trapiantato in California nel 1958, all’età di tredici anni) non era certo un novellino, dato che già nei primi ’60s aveva prestato voce e chitarra solista nelle surf-band The Impacts e Merrell & The Exiles. Fu proprio negli Exiles che strinse amicizia con l'allora quattordicenne Jeff Cotton (sì, proprio il futuro slide-guitar player della Magic Band!), il cui apporto nei Mu sarebbe stato a dir poco essenziale. Poi, come tanti, Fankhauser perse la testa per la marijuana, l’LSD e il folk-rock dei Byrds (rigorosamente in quest’ordine) e mise in piedi altri progetti musicali fragili come statuine di stuzzicadenti: i Fapardorkly prima, gli H.M.S. Bounty poi, entrambi collassati dopo pochi singoli e/o album raffazzonati.
Ridomiciliato a Los Angeles, il chitarrista ricontattò Cotton per proporgli di suonare assieme, ma quando se lo trovò di fronte rimase sconcertato: la permanenza nella cerchia (meglio: nella setta) del padre-padrone Don Van Vliet ne aveva minato seriamente la salute fisica e psichica. Si narra che il ribattezzato Antennae Jimmy Semens passasse gran parte del tempo a memorizzare le poesie del Capitano (questi erano gli ordini del “Santone” Don!) o addirittura a “tubare”, seduto su una panchina, con la mano colma di briciole di pane. Il povero ragazzo fu persino vittima di una violenta aggressione da parte di un roadie (tre costole fratturate, mica bruscolini!), e proprio questa fu la goccia che fece traboccare il vaso: terminato il decorso ospedaliero, venne infine tolto dalle grinfie della Magic Band e riportato alla realtà. Con Cotton “guarito” dagli effetti del brainwashing e richiamati i due Exiles Larry Willey (basso) e Randy Wimer (batteria), Fankhauser si rese conto, forse per la prima volta nella sua carriera, che tutti i pezzi erano al loro giusto posto. Finalmente poteva lasciare un segno, anche se perituro, sulla sua epoca.
Fin dai primi secondi di “Mu” (Era/RTV Records, 1971, poi ristampato dalla United Artists nel ’74), ci si accorge che questa non è l’ennesima, improvvisata jam-session tutta fumo e niente arrosto che tanto sollazza i nostalgici, ma un’opera pensata, ragionata e “sentita” in ogni sua cellula. Il perfetto e irripetibile punto d’incontro fra art-rock, blues delle radici, folk sognante della “Frisco Bay” e umori jazz di vago sapore “terzomondista”. Un excursus fra prediche pacifiste e spiritualità cosmica alla Sun Ra (il tribalismo “zen” della chilometrica “Eternal Thirst”), futurismo intriso di morbide romanticherie (“Blue Form”) e delle accordature aliene di Cotton, il cui stile qui detta legge (e questo basti a smentire ulteriormente le voci che vogliono “Trout Mask Replica” come un parto esclusivo di Beefheart).  Prendete, ad esempio, i due strumentali “Interlude” e “Too Naked For Demetrius” (entrambi composti interamente dal chitarrista): non pare d’ascoltare una controparte “autunnale” – oserei dire “sentimentale” – di quei flussi sonori gravidi d’instabilità e invenzioni melodiche che hanno reso grande la “Trota”? Il bello è che un po’ tutti i brani del disco vivono di questa inedita alchimia, sia che si tratti di “Nobody Wants To Shine” (i Jefferson Airplane di “Volunteers” educati all’avant-jazz della Magic Band?) e i suoi due clarinetti ad amoreggiare in sottofondo, o del mefistofelico sermone in dodici battute “Ballad For Brother Lee”. L’africaneggiante “Mumbella Baye Tu La” vede addirittura il fingerpicking di Cotton abbinato a percussioni arabe e ad un contrabbasso accarezzato con l’archetto, tanto per ampliare di qualche migliaia di chilometri i confini geografici dell’isolotto “Mu” e avvicinarlo sempre più al “continente nero”.
La catarsi corale di “The Clouds Went That Way” chiude invece le danze all’insegna della malinconia più ariosa, quella che in alcuni lineamenti combacia con la speranza per il futuro, in altri al rimpianto per un passato di cui si ricerca invano la tangibilità. Al cospetto di quest’ambrosia, tutta litanie vocali e arpeggi estatici, per un attimo sembra proprio di “non riuscire a ricordare il proprio nome” e si finisce cullati dall’oceano in quiete, con lo sguardo fisso al tramonto. Quasi inutile rimarcarne il valore, in un’opera sì complessa ma sorprendentemente accessibile. Un album forte di una scrittura prodigiosa, registrato alla perfezione (pulizia sonora totale) e nobilitato dalla strabiliante prova dei musicisti: basso malleabile, batteria ricca ed inventiva (diverse le strizzatine d’occhio a John French), le già decantate virtù soprannaturali di Cotton e il solismo più tradizionalmente blues-rock di Fankhauser (memorabile il loro duello su “Ain’y No Blues”).
Come si diceva in apertura, il successivo “End Of An Era” fu anche l’ultimo long playing a nome Mu. Dopo il disfacimento della band, Cotton si ritirò dal music business per dedicarsi interamente al cristianesimo, mentre Fankhauser continuò a incidere nuovi brani poi confluiti in “The Maui Album” (1976), uscito per una piccola etichetta hawaiana (sarà poi riedito nel 1988 dalla Subliminal Sounds Of Sweden) e anch’esso ispirato dallo stretto contatto con l’habitat tropicale nel quale il Nostro aveva messo su casa. Del materiale pubblicato negli anni successivi, merita una menzione “Dr. Fankhauser” (una collaborazione dell’86 con John Cipollina dei Quicksilver Messenger Service), anche se la vera attività del guru ormai si esauriva in partecipazioni a show televisivi musicali e concerti in lungo e in largo per gli States.
A tutt’oggi, Fankhauser resta un musicista assai più rinomato per il suo passato surf che per la sua stagione “fricchettona” con i Mu, ed è un peccato. Peccato perché l’unica, rarissima ristampa in digitale del disco qui trattato risale al 1997, anno in cui la Sundazed ha riunito tutto il materiale registrato dalla band in un cofanetto di due cd. Poi il nulla più assoluto. Auguriamoci quindi che chi di dovere prenda a cuore la questione e faccia un favore al mondo intero, ristampando “Mu” con l’artwork originale e a un prezzo più “umano”. Sarebbe un tributo più che doveroso a un disco di quasi ultraterrena bellezza.